INCATENATA A ME - Capitolo 21 di 24

OLIVIA BENNET


Lizzie sapeva di essere un’emerita vigliacca, ma in cuor suo era sollevata di non aver ancora incontrato Michael.

Aveva preso il test di gravidanza il giorno prima, in farmacia, con la scusa di dover comprare delle medicine per un improvviso mal di gola, mentre Megan tratteneva fuori Brian e Billy, davanti al distributore dei preservativi.

«Li ha comprati!» aveva poi sussurrato l’amica, quando si erano infilate insieme in bagno. «Brian ha comprato dei cazzo di preservativi.»

«Magari vuole usarli con qualcun’altra...» aveva insinuato Lizzie, e dall’espressione di Megan non era riuscita a capire se la cosa la sollevasse o piuttosto la facesse incazzare ancora di più. Non aveva avuto modo di soffermarsi troppo su quel problema però, perché ne aveva di ben altri.

Due linee.

Due fottute linee rosa.

Se chiudeva gli occhi, riusciva ancora a vederle, stampate a fuoco nella mente. Comparse subito, senza neppure lasciarle il beneficio del dubbio.

Era veramente e dannatamente incinta!

Per tutto il pomeriggio era stata in paranoia, cercando di prepararsi un discorso da snocciolare a Michael. Da parte sua, l’avrebbe tenuto all’oscuro ancora per un po’, almeno fin quando non avesse messo ordine in quella confusione che aveva in testa, ma Megan era stata irremovibile.

«Più aspetti, peggio sarà» le aveva intimato. «E se per sbaglio Michael lo scopre da solo, e capisce che gliel’hai nascosto, si incazzerebbe come un ippopotamo con l’ernia. E per una volta, magari, avrebbe ragione.»

La paranoia di Lizzie aveva raggiunto vette inesplorate all’ora di cena, quando ormai il momento decisivo si avvicinava sempre di più.

Michael, ascolta, devo dirti una cosa, ma prometti di non arrabbiarti... no, troppo sulla difensiva, e comunque che cazzo di motivi ha di arrabbiarsi? La colpa è anche sua, non l’ho mica fatto da sola, un bambino... Riproviamo: Michael, aspetto un figlio e tu non mi costringerai a rinunciarci... No, troppo aggressivo, magari lui non pensa a niente del genere e potrei fargli venire io l’idea di farmi abortire...

Ogni bella parola che si era preparata però era finita sprecata, perché Michael non si era fatto vedere per cena e neppure in camera. Lizzie aveva aspettato fin oltre mezzanotte e alla fine era crollata, in preda all’angoscia e alla stanchezza. Al mattino, aveva trovato l’altra parte del letto perfettamente in ordine: a quanto pareva non era rientrato, o per lo meno non era venuto a dormire in camera con lei.

Che poteva significare?

C’erano una serie di alternative, ognuna più preoccupante dell’altra...

Per lo meno, non gli era successo niente di grave, perché lo vide di sfuggita a colazione. Parlava fitto con Brian e aveva due profonde occhiaie, come se fosse andato a letto tardissimo.

Magari era in dolce compagnia!, le sussurrò una vocina maliziosa, e anche un po’ gelosa, ma Lizzie la represse con decisione. Primo: non doveva essere gelosa di quel caprone. Secondo: il fratellastro - Marito! Doveva cominciare a chiamarlo marito! - non aveva la faccia di uno che si era goduto una piacevole notte di passione, decise.

O forse era lei che stava soltanto cercando di convincersene.

Comunque sia, non aveva ancora trovato occasione di restare sola con lui, e non aveva certo intenzione di sganciare quella bomba davanti a Billy o a Brian.

«Tutte scuse!» la rimproverò Megan, quando Billy le scaricò entrambe davanti alla porta dell’Hard Rock Cafè, in perfetto orario per l’ora di pranzo. «Di’ la verità, stai solo prendendo tempo.»

«No, sto aspettando il momento giusto, un momento in cui siamo soli» protestò Lizzie.

Megan sospirò. «Cara mia, dubito che ci sia un momento giusto per queste cose. Glielo devi dire e basta.»

«Lo farò appena torniamo, okay? Te lo prometto.»

L’amica le lanciò una lunga occhiata, come se non fosse per niente convinta, ma rinunciò a insistere. «D’accordo. E adesso entriamo, ho così fame che mi mangerei un agnello intero, altro che solo le costole.»

Justin era già seduto a un tavolo da quattro, dove già campeggiava un vassoio pieno di nachos, intrise di maionese e ketchup, e le stava aspettando. Non appena le vide entrare, si sbracciò per richiamare la loro attenzione.

«Ehi, ragazze!»

«Ehi, Jus!» Megan gli diede un cinque prima di accomodarsi di fronte a lui e addentare una patatina. «Come te la passi?»

«In piena frenesia trasloco dell’ultimo momento, ma non posso lamentarmi...» La sua attenzione si spostò su Lizzie. «E voi? Immagino siate state tanto occupate.»

Era una chiara frecciatina nei suoi confronti, ragionò Lizzie. L’amico non l’aveva ancora perdonata di non averlo chiamato per mesi.

«Sì, è stato un periodaccio» ammise, senza bisogno di mentire, afferrando a sua volta una patatina per riempirsi lo stomaco. Non aveva fatto altro, da quella mattina: la aiutava a tenere a bada la nausea. «Un sacco di cambiamenti, la maggior parte inaspettati.»

«Mmm?» Justin aprì il menù e prese a sfogliarlo, ma era chiaro che non gliel’avrebbe fatta passare così liscia. «Infatti pensavo che avessi cambiato il numero di cellulare, dato che non rispondevi a chiamate e messaggi, e ancor meno ti degnavi di richiamare.»

Megan aprì la bocca per intervenire, ma Lizzie la fermò con un gesto della mano. «No, ha ragione lui, sono stata imperdonabile. Ma credimi, Jus, non potevo proprio chiamarti. Il cellulare... per un po’ non ce l’ho avuto.» E anche questo era vero. Forse non avrebbe avuto bisogno di mentire all’amico: avrebbe soltanto dovuto nascondergli un po’ di verità. Qual era la differenza?

«Te l’avevano rubato?»

Lizzie annuì. Beh, quello di Michael poteva essere definito un furto. «Ma ora ce l’ho di nuovo, e ti ho chiamato prima che ho potuto.»

«È stata una fortuna che fossi in città» considerò il ragazzo. «Altrimenti, non ci saremmo rivisti fino alle vacanze di Natale... a proposito, che università hai scelto alla fine?»

Ecco, era arrivato il momento in cui non poteva più nascondersi dietro tanti giri di parole. Prese un profondo respiro.

«Nessuna» snocciolò. «Non andrò all’università, Jus.»

L’amico rimase con la bocca aperta e la patatina ancora sollevata a mezz’aria. «Eh?»

«Io... rimarrò a Chicago... mi sono sposata.»

L’aveva detto! Vide Justin sgranare gli occhi e la patatina gli finì di traverso. Cominciò a tossire e Megan gli versò un bicchiere d’acqua per farlo riprendere.

«Tu, tu...»

Lizzie fu salvata in extremis dall’arrivo della cameriera, pronta a prendere le loro ordinazioni. Non appena riprese fiato, Justin ordinò steak di mozzarelle fritte, pastrani e insalata di pollo, Megan costole di agnello alla griglia, mentre Lizzie si limitò a un semplice cheeseburger.

«Senza verdure crude e ben cotto» si raccomandò, al che l’amico la guardò ancora più sconvolto.

«Non dirmi che sei anche...»

«Jus, per favore, una cosa per volta» lo pregò lei, aspettando che la cameriera tornasse al bancone con le ordinazioni. Notò anche Brian e Billy, che si erano accomodati a un tavolinetto vicino all’uscita. Beh, anche loro dovevano pur mangiare, senza ovviamente perderle d’occhio. Aveva l’impressione che la nuca le si fosse consumata, con lo sguardo fisso della sua scorta sempre addosso.

«Okay.» Justin si sforzò di calmarsi, le mani intrecciate sul tavolo davanti a lui. «Partiamo dall’inizio… chi cazzo è lui? Tuo marito, intendo.»

Lizzie si morse le labbra. «Hai presente il mio fratellastro, quello che siamo andati a cercare al Divinae Club?»

L’amico scosse la testa. «Perché so già che non mi piacerà?»

«Ecco, è proprio lui. Ci siamo sposati da ormai più di due settimane.»

Justin emise un gemito. «E perché cazzo non me l’hai detto prima? Perché non mi hai invitato alle nozze?»

«Non avevo il cellulare, ricordi? E poi è stata una cerimonia molto intima, non c’erano neppure i miei genitori.»

«Un matrimonio segreto. Dove? A Las Vegas? Vi ha sposato un tipo vestito da Gesù Cristo?» Justin continuava a scuotere la testa, come se non credesse alle proprie orecchie. «Cazzo, Lizzie, ti ho sempre detto che sei strana, ma questa volta hai davvero superato il segno.»

«Tu non lo conosci!» protestò lei. E non lo conoscerai mai, se riesco a tenerti fuori da tutta questa storia, almeno te!, aggiunse tra sé. «Michael è… insomma, mi sono innamorata di lui a prima vista.» Quando lo disse, seppe che stupidamente era vero. Il suo fratellastro era uno stronzo, un bastardo, un mafioso assassino... ma era l’unico uomo che l’aveva fatta sentire... non lo sapeva come, ma era una sensazione meravigliosa. E comunque, altrimenti non si sarebbe mai concessa a lui, come una ragazzina alla prima cotta. Non si sarebbe mai lasciata scopare da Larry, per quanto carino, e da nessun altro che non fosse Michael.

«Avrei dovuto registrarti mentre lo dicevi...» la canzonò Megan. Lizzie le lanciò un’occhiataccia.

«Okay, okay.» Justin sembrava cominciasse ad accettare, seppure a malincuore, tutte quelle novità. «Beh, che altro mi dici di lui? Lavora al Divinae, giusto? Che tipo è?»

«Un figo assurdo» si lasciò sfuggire Lizzie tutto d’un fiato, per poi mordersi la lingua e riprendere, imbarazzata e stizzita con sé stessa. «Però ha un caratteraccio, è cocciuto come un mulo, ha un rapporto conflittuale con la mia matrigna ed è...»

«Un amante spettacolare, vero?»

Lizzie sollevò lo sguardo, scocciata che la cameriera fosse tornata per inserirsi nei loro discorsi personali... solo che non si trattava della cameriera!

Charity, con un tailleur di marca dall’aria parecchio costosa, ma di un colore grigio abbastanza anonimo e per di più quasi accollato per i suoi standard, si affrettò a sedersi al suo fianco, in modo da dare le spalle a Billy e Brian. «Ciao, cuginetta!» cinguettò allegramente, sbattendo le lunghe ciglia. «Che coincidenza trovarsi qua, non è vero?»

Lei impiegò qualche istante per riprendersi dalla sorpresa. «Tu?!?»

«Sì, io. Chi altri?» La donna emise una risatina falsa come la dentiera di sua nonna. «Salve a tutti, voi dovete essere gli amici della cara Elizabeth...»

«E tu chi saresti, scusa?» sbottò Justin, fissandola corrucciato, al pari di Megan.

«La cugina di secondo grado di suo marito, il che tecnicamente ci rende cugine acquisite, giusto?» Charity guardò Lizzie con un’aria complice. «Non sono mai stata brava con le parentele, sono cose che confondono la mente... e poi, sapete, ormai siamo entrambe, come dire, parte della Famiglia...» Calcò volutamente l’accento sull’ultima parola e passò un braccio intorno alle spalle di Lizzie, come se fossero vecchie amiche.

«Che ci fai qui?» la apostrofò lei, scostandosi. Justin non aveva idea della famiglia a cui alludeva la donna, pensava si trattasse solo di questioni di parentela, ma lei non voleva rischiare di invischiarlo.

A che gioco stava giocando Charity?

«Pasteggio, come chiunque altro qua dentro» rispose candidamente la donna. «E quando ti ho vista, ho pensato: oh, ma che splendida occasione!»

«Che splendida occasione per cosa?» domandò Lizzie, fissandola con aperto sospetto.

«Ma per parlare di Michael, da donna a donna, è ovvio! Durante la cerimonia purtroppo non ne abbiamo avuto occasione. Anzi, ora che ci penso...» Le afferrò saldamente il polso. «Mi piacerebbe tanto conoscere i tuoi amichetti, ma prima c’è una cosa che devi assolutamente vedere.»

«Meraviglioso!» sbottò Megan caustica, incrociando le braccia, a dimostrare che lei invece non ci teneva per niente a conoscerla. «Su, avanti, guardiamola.»

Charity accennò un sorriso malizioso. «Credo sia meglio che la cara Elizabeth la veda in privato» ribatté. «Del resto, riguarda suo marito.»

L’idea di restare sola con quella donna - anzi, con quella serpe! - non l’attirava per niente. Lizzie non accennò a voler lasciare il tavolo. «Megan e Justin sono i miei più cari amici, non ho segreti per loro.»

«Oh, che carini, ma fidati…» La fissò negli occhi. «Tu non vuoi farlo vedere a tutti, quello che ha fatto tuo marito stanotte.»

Qualcosa, nel suo tono, fece rizzare tutti i peli sulle braccia di Lizzie. Perché senza dubbio Michael aveva fatto qualcosa quella notte, invece che dormire nel suo letto.

Sforzandosi di sfoderare un’espressione indifferente, si alzò. «D’accordo, finiamola con questa storia. Ma facciamo alla svelta, prima che arrivi il mio cheeseburger, detesto mangiarlo freddo.»

Il sorriso di Charity adesso era puro e trionfante miele. «Non ci vorrà molto» promise.

La condusse in bagno, ancheggiando. Lizzie la seguì, sentendo montare il nervosismo. Quella donna non gli piaceva e, nonostante tutte le sue moine, era evidente che il sentimento fosse reciproco. Si fermò con la schiena poggiata al lavabo e incrociò le braccia. «Allora?»

«Un attimo di pazienza...» Charity estrasse l’I-phone dalla sua borsetta di Louis Vuitton, poi le si mise a fianco, come se volesse scattare un selfie. Invece scorse tra i video della galleria. «Ah, eccolo qua!» esclamò sbattendole lo schermo proprio davanti al naso.

Lizzie non ebbe difficoltà a riconoscere Michael, leggermente di profilo, seduto sul bordo di un letto stracolmo di cuscini, in una camera elegante stile anni settanta che non aveva mai visto prima. Non sembrava una stanza della villa dei Cannizzaro.

E, inginocchiata davanti a lui, una donna gli stava facendo un pompino.

Trattenne il fiato, portandosi la mano davanti alla bocca. La nausea tornò a farsi sentire, ma questa volta era convinta che non si trattasse solo degli ormoni.

La donna alzò la testa per leccarsi le labbra e, nonostante il video non fosse di qualità magnifica e l’audio non si sentisse, se non per qualche mormorio di sottofondo, non c’erano dubbi: si trattava di Charity.

«Lui li adora, i pompini, come tutti gli uomini» le sussurrò la donna all’orecchio. «Aspetta, il divertimento deve ancora venire, o almeno per me è stato così divertente.»

Nello schermo, Charity spinse Michael supino tra i cuscini e salì a cavalcioni sopra di lui, cominciando a ondeggiare nel chiaro atto sessuale.

Il video improvvisamente si interruppe. Lizzie chiuse gli occhi, ma la scena era sempre lì: Michael che si scopava Charity. Michael, che era tornato dalla sua vecchia amante a meno di un mese dalle nozze, lasciando sua moglie da sola, in quell’enorme camera vuota, ad attenderlo come una sciocca.

Aspetto suo figlio!, pensò. Aspetto suo figlio e a lui non importa niente di me, di noi, e mi tradisce con questa puttana di alto bordo...

Il gemito di un animale ferito le sfuggì dalle labbra e si accasciò sul lavabo, sorreggendosi con entrambi i palmi.

«Quello stronzo...»

«Su, su, non fare così.» Charity le diede un colpetto quasi affettuoso sulla schiena. «Gli uomini sono tutti stronzi, soprattutto all’interno della Famiglia. Ecco perché non mi sono più risposata. Servono per darti un po’ di piacere, ma una volta soddisfatti i loro bisogni, non sei altro che una ciabatta vecchia da gettar via per loro, e avanti la prossima! Michael non è diverso. Credimi, anche suo nonno e suo padre avevano la fama di gran donnaioli. Dovrai farci l’abitudine e, nel frattempo, se vuoi posso darti qualche dritta, con la mia esperienza, per divertirti di più con lui a letto.»

Lizzie sentì le lacrime pungerle gli occhi, ma lottò per trattenerle. Non voleva piangere lì, davanti a quella donna che fingeva di compatirla e invece gongolava, dopo averle sbattuto in faccia il suo trionfo.

Charity emise un sospiro e la passò un kleenex. «Tesoro, detto fra noi, era chiaro come il sole che Michael sarebbe tornato da me, era solo questione di tempo. Tu non sei fatta per il nostro mondo.»

«Lo so» deglutì Lizzie. «E non volevo farne parte. Non ho mai voluto. Ho provato a scappare, ma lui mi ha ritrovato.»

«Beh, se è questo il problema...» Charity giocherellò con una ciocca di capelli platinati. «Posso aiutarti io.»

Lizzie sollevò la testa. «A far cosa?»

«A sparire, è ovvio. Faccio parte della Famiglia, conosco i loro metodi, i loro contatti, le loro sedi… posso aiutarti a sparire in un posto in cui Michael non riuscirà a trovarti.»

Speranza. Lizzie avvertì una flebile luce di speranza, ma non osò alimentarla. «Se la prenderebbe con i miei genitori.»

«Posso far sparire anche loro. Non sarà facile, ma forse un modo c’è. Potreste andarvene insieme.»

Lasciare di nuovo Chicago. Lizzie ponderò l’idea. Stavolta però insieme ai suoi genitori, che le sarebbero stati accanto, e insieme avrebbero protetto il bambino da un padre che, se anche lo avesse accettato, lo avrebbe reso un bastardo come lui.

Adesso capiva come doveva essersi sentita Rose, al momento di abbandonare la Famiglia. Ma a differenza della matrigna, lei non avrebbe abbandonato il suo bambino, mai! Anzi, era proprio per lui che doveva scappare.

Tornò a rivolgersi a Charity, che l’aveva studiata in silenzio mentre rifletteva. «E tu che ci guadagni?» domandò. Non si fidava di lei. Perché quella donna avrebbe dovuto aiutarla?

Charity si aggiustò distrattamente i capelli allo specchio. «Quando ti sarai levata dai piedi, Michael cercherà un'altra donna da tenere al suo fianco. Quella donna voglio essere io: la moglie del boss, che condivide con lui potere e ricchezze.»

Lizzie scosse la testa. «A me non interessano né potere né ricchezze» disse. Le interessava solo un uomo che l’amasse e che avrebbe protetto suo figlio. In cuor suo, aveva sperato che fosse Michael. Aveva desiderato che lo fosse. E invece si era sbagliata.

Charity le sorrise attraverso il riflesso «Allora, abbiamo un patto?»

Lizzie annuì.

«Bene. Allora troviamoci tra quindici minuti sul retro del locale. Puoi passare dalla porticina vicino alla cucina. Mi raccomando, non farti seguire dalla tua scorta, o andrà tutto a rotoli.»

«Troverò un modo.»

«Bene, ci conto.» Charity trasudava soddisfazione da tutti i pori. «Allora a tra poco.»

Uscì dal bagno quasi barcollando e tornò verso il tavolo, dove erano appena arrivate le ordinazioni. Si lasciò cadere sulla sedia proprio quando le gambe le cedettero. L’odore del cheeseburger caldo le riempì le narici, ma la nausea non allentò la sua stretta.

«Dio, Lizzie, sembri un fantasma!» esclamò Jus, la forchetta bloccata a mezz’aria, di fronte alla sua espressione stravolta.

«Che ti ha detto quella donna di merda?» s’informò subito Megan, preoccupata. «Se ti ha fatto qualcosa, giuro su Dio che vado là e la prendo a schiaffi fino a cancellarle quel sorriso del cazzo.»

«Lei non ha fatto niente» mormorò Lizzie, a capo chino. «È stato Michael.»

«Che cosa ha...?»

«Mi ha tradita con Charity. Lei mi ha appena mostrato un video, ed era inequivocabile.»

«Quel gran figlio di…»

«Megan, ascoltami!» la interruppe. Si sporse attraverso il tavolo per stringere le mani dell’amica. «Devo andarmene da qui.»

Sia Megan che Justin la guardavano come se le fossero appena spuntate le orecchie da asino. «Che stai dicendo?»

«Devo scappare da Michael e dal suo mondo. Adesso. Prima che sia troppo tardi» insistette lei con un sussurro. «Charity forse può aiutarmi.» Le ripeté in fretta l’ultima parte della loro conversazione in bagno.

«Quella donna non mi piace per niente» commentò Megan, sbocconcellando le sue costolette. «Non mi fido di lei.»

«Neanch’io, ma che scelta ho?»

«Intanto mangia!» ordinò l’amica, indicandole il piatto. «Ne hai bisogno, visto la tua situazione.» Abbassò gli occhi sulla sua pancia, con espressione decisa.

Justin emise un sospiro. «Continuo a non capirci niente di questa storia.»

«Beato te!» commentò Megan, mentre Lizzie si sforzava di addentare il cheeseburger. L’amica aveva ragione, doveva mantenersi in forze. Ma ogni boccone aumentava la sua determinazione.

«Charity mi aspetta dietro il locale, ha detto che ha un modo per far sparire me e i miei genitori per un po’. Andrò a sentire cosa ha da dirmi. Se non mi convince, ti giuro che la manderò affanculo e tornerò subito dentro. Ma se davvero manterrà ciò che dice... potrebbe essere la mia unica possibilità di salvezza.»

Megan la scrutò socchiudendo gli occhi, soppesando le sue parole. «E come lo spiegherai a Brian e all’altro galoppino?» domandò, accennando verso il tavolo dove stavano mangiando i due uomini.

«Loro non devono sapere niente.» Lizzie la guardò.

«Ma chi sono, i tuoi gorilla?» Justin sbirciò verso di loro. «Cazzo, se sembrano grossi e cattivi...»

«Sono grossi e cattivi» lo corresse Megan.

«Mi basta un minuto per sgattaiolare via» riprese Lizzie, passando lo sguardo dall’uno all’altro. «Per favore.»

«Fammi capire bene.» Justin si pulì la bocca con il tovagliolo. «Tu vorresti che noi confondessimo quei tipi che, l’avete appena detto, sono grossi e cattivi?!?»

«Ho già fatto una cosa del genere, se non ricordo male, e non mi pare che sia andata così bene» borbottò Megan. «Anzi, è stato l’inizio di questa situazione di merda.»

Lizzie si morse le labbra. «Per favore...» ripeté.

Justin si lasciò andare contro lo schienale della sedia. «Oh, be’, a che servono gli amici altrimenti...»

Megan si era già alzata in piedi. «Andiamo, Jus, ti presenterò al mio quasi-fidanzato.»

«Il tuo cosa?»

«Diciamo che lui è convinto di esserlo. In realtà se lo sogna!»

«E sarebbe uno di quelli là? Sul serio? Cazzo, e questo quando pensavi di dirmelo?»

I due amici si diressero verso il tavolo di Brian e Billy. Lizzie attese che li raggiungessero e iniziassero la conversazione - la faccia di Brian mentre stringeva la mano di Justin era una maschera di fredda minaccia -, poi si alzò a sua volta e sgattaiolò verso la porticina sul retro di cui aveva parlato Charity.

Una volta all’esterno, si guardò intorno. Si trovava in un vicoletto secondario, invaso dall’odore del fritto e della carne che arrostiva. Poco più avanti, dei cassonetti dei rifiuti e alcune macchine parcheggiate. Di Charity, nessuna traccia.

Controllò l’orologio. Erano passati esattamente sedici minuti dalla loro conversazione. Non poteva aver fatto tardi.

Se Charity se ne fosse già andata?

Se, cosa più probabile, l’avesse soltanto presa in giro?

Ma per quale motivo?

Incerta, fece qualche passo lungo il marciapiede. In quel momento lo sportello di una delle auto parcheggiate si spalancò e delle mani si allungarono a ghermirla. Colta di sorpresa, Lizzie provò a gridare, ma qualcun altro la afferrò alle spalle, tappandole la bocca. La sua pelle sapeva di sudore e di tabacco.

«Un urlo e sei morta» le bisbigliò all’orecchio una voce dal forte accento russo.

Prima che avesse il tempo di riprendersi, fu trascinata sul sedile posteriore dell’auto. Intravide i volti di due energumeni - pelle slavata, occhi chiari -, poi un sacco gli piombò sulla testa, togliendole la vista. Udì però il rumore secco dello sportello che si richiudeva dietro di lei, poi il rombo del motore che si accendeva.

«Michael!» Le sfuggì soltanto un grido soffocato.

Poi l’automobile sfrecciò via dal vicolo, rapendola via con sé.